A…. come ARBITRO

arbitro

Regola 9.01        a) L’Organo Federale competente deve designare uno o più arbitri per dirigere una partita

La figura dell’arbitro nella storia del baseball prende ufficialmente corpo all’inizio degli Anni Venti negli Stati Uniti grazie a Bill Klem che definì e concretizzò l’aspetto dell’ufficiale di gara sino a quel momento considerato quasi un’appendice del “gioco”. William Joseph Klem, nato a Rochester nello Stato di New York il 22 Febbraio 1874, è considerato il “padre di tutti gli arbitri”. Fu colui che per primo riuscì a far comprendere l’importanza di un arbitro in una partita; fu colui che per primo fece comprendere l’importanza della cultura e della formazione arbitrale sia estetica che prettamente regolamentare. Ancora oggi Klem, morto nel 1951 all’età di 77 anni in Florida ed eletto nella Hall Of Fame a stelle e strisce nel 1953, detiene il record di edizioni di World Series dirette, ben 18 in una carriera durata dal 1905 al 1941, ed è ricordato inoltre per una frase che lo rese celebre sottolineandole lo spavaldo carattere: …in tutta la mia vita non ho mai effettuato una chiamata sbagliata”. In Italia quando il baseball cominciava ad espandersi alla fine degli Anni Quaranta, la figura dell’arbitro praticamente non esisteva. Ci piace riportare uno stralcio dell’articolo apparso nel 1984 sull’Enciclopedia del Baseball a firma Franco Bucchi (indimenticato personaggio storico del batti e corri nostrano scomparso nel 2014):

….nel 1948 gli arbitri federali non esistevano, quindi al momento dell’incontro venivano “improvvisati”. Quasi sempre, con blandizie e promesse, si riusciva a convincere qualcuno del pubblico. Il povero malcapitato (dopo una affannosa vestizione che avveniva indossando il polveroso materiale del ricevitore ospitante) con cipiglio fiero e tanto ardire si portava a casa base e dava inizio alla partita. Al termine della stessa il linciaggio era quasi di rigore; infatti, se riusciva ad evitare ciò che il pubblico gli avrebbe elargito, non si sarebbe certo sottratto da tutto quello che gli avrebbero riservato a casa. Il cosiddetto arbitro…. della domenica, irriconoscibile, quasi compromesso, sarebbe divenuto certamente l’oggetto della discordia casalinga…

….non si può certamente trascurare l’elemento divisa. Per esso occorre un capitolo a parte. Ognuno si vestiva come poteva. Un paio di scarpette di ginnastica di tela (sentire gli spike del ricevitore sui piedi era …..una delizia), i pantaloni non erano altro che la parte inferiore di una vecchia tuta blu, ben stretti alla caviglia con un elastico. La maglietta variava nel colore a seconda di ciò che si aveva a disposizione. In testa un cappellino con la calotta bianca e la visiera azzurra. Il materiale protettivo era inesistente ed ogni volta bisognava chiederlo alla squadra ospitante le quali tenevano in serbo solo per gli arbitri del materiale repellente. Maschere ripugnanti dall’imbottitura fradicia e molle. La pettorina era priva delle protezioni e gli schinieri…chi li ha mai visti…

…nel 1956 arrivarono le prime divise federali. Pantaloni blu, due camicie bianche, una cravatta nera, un cappellino, il materiale protettivo ed un bel distintivo tricolore da mettere dove si voleva. Franco Veronesi, giustificandosi col dire che da tutte le altre parti non si riusciva a vederlo, se lo mise sul sedere sulla natica destra dicendo “tutto il pubblico lo può vedere quando arbitro a casa base”

 

All’epoca di questo articolo di Bucchi gli arbitri negli States percepivano uno stipendio tra i 35 ed i 50 mila dollari mentre in Italia il CNA (allora guidato dal futuro presidente federale Riccardo Fraccari) con sede a Livorno muoveva i primi passi. Il momento probabilmente più felice per la struttura arbitrale italiana è probabilmente quella degli anni ’90 quando il Centro Coni di Tirrenia ospitava i corsi per i neo ufficiali di gara che sotto l’attenta guida di Giulio cesare Cavallini e dell’istruttore Pierfranco Leone (oggi presidente del Comitato Nazionale Arbitri) studiavano e si mettevano in discussione per pura passione e non per un semplice rimborso che invece negli anni successivi ha spinto molti mercenari ad arruolarsi nel mondo degli umpires tricolori.

 

Regola 9.02 a) qualsiasi decisione dell’arbitro che implica un giudizio è inappellabile

Capitolo a parte merita il rapporto che giocatori, allenatori e dirigenti devono mantenere nei confronti dei direttori di gara. Senza voler essere noi giudici riprendiamo in mano ancora una volta la biblica Enciclopedia del Baseball del 1984 che a firma Giulio Montanini (classe 1948, storico giocatore, tecnico e dirigente del Parma e della Nazionale Azzurra) regalava qualche consiglio utile a chi calca i diamanti:

…un buon giocatore è quello che non protesta mai. Un buon arbitro capisce questo e quindi accetta una eventuale protesta…

…un battitore si lamenta sul lancio che ha difficoltà a battere…

…agli arbitri non piacciono i battitori che sbuffano e lanciano la mazza. Evita sempre la guerra privata con un arbitro: tu non puoi vincere e la tua squadra può perdere…

…mai aspettare la chiamata arbitrale in un gioco chiuso: vai in prima se battitore; grida “bel gioco” se sei in difesa…

…ricorda: non sei un arbitro. E’ già abbastanza difficile giocare. Mai eliminarti da solo. Solo l’arbitro può farlo….

…generalmente l’arbitro sta chiamando così bene come tu stai giocando. Per cui nessuna scusa…

…gli arbitri sono esseri umani come te. Perché protestare quando ti trovi 10 punti sopra o 10 punti sotto?…..